Discriminazione nel mondo del lavoro in Mozambico

23 Novembre 2008

A richiesta pubblico alcune informazioni relative alla nuova legge sul lavoro del Mozambico.

La legge n. 23/2007 si basa sul seguente principio:

“L’evoluzione economica, sociale e politica della nazione esige la conformazione del quadro giuridico-legale che disciplina il lavoro, l’impiego e la sicurezza sociale”

Si tratta dunque di un adeguamento rispetto alla legge precedente.

L’articolo 31 riguarda i lavoratori stranieri:

il comma 1 obbliga i datori di lavoro a favorire i lavoratori mozambicani nei posti di responsabilità sia essa tecnica che gestionale;

il comma 2 prevede l’esistenza di accordi bilaterali con qualsiasi paese in materia di lavoro;

il comma 3 garantisce il potere dello stato mozambicano ad escludere cittadini stranieri dal mondo del lavoro;

il comma 4 indica il ministero del lavoro come autorità competente a fornire l’autorizzazione al lavoro di cittadini stranieri;

il comma 5 pone limiti alla contrattazione di stranieri alle aziende (5% grande, 8% media, 10% piccola);

il comma 6 libera dalle restrizioni i progetti di investimento approvati dal governo e rimanda la competenza al ministero di tutela del progetto.

L’articolo 32 riguarda le restrizioni alla contrattazione di lavoratori stranieri:

il comma 1 vieta la contrattazione di cittadini stranieri che entrano in mozambico con visti diplomatici, cortesia, ufficiali, turistici, visita, affari e di studio.

L’articolo 33 riguarda le condizioni per la contrattazione di lavoratori stranieri:

il comma 1 impone qualifiche accademiche ai lavoratori stranieri con la condizione che non esistano cittadini mozambicani con le stesse qualifiche o che il loro numero non sia sufficiente;

il comma 3 rimanda la contrattazione di lavoratori stranieri alla legislazione specifica.

L’articolo 34 riguarda il tipo di azienda, esso serve all’interpretazione dell’articolo 31 comma 5:

il comma 1 specifica che la grande azienda impiega più di 100 lavoratori, la media fra 11 e 100, la piccola fino a 10.

Esiste un comunicato ufficiale del ministero del lavoro che impone una condizione: i contratti di lavoro per stranieri possono solo essere di durata prestabilita, “termo certo” nel testo originale, non oltre due anni. È necessario dunque osservare la definizione di “termo certo” nella legge, che però riporta solo i termini “prazo certo”.

L’articolo 40 è intitolato “Celebrazione dei contratti di durata prestabilita”, dalla sua lettura si evince che si tratta di contratto subordinato.

Ora occupiamoci di interpretare il tutto in funzione degli interessi dei cittadini stranieri che vivono in Mozambico.

Non credo sia necessario spendere molte parole in proposito, la discriminazione è palese.

L’articolo 31 comma 1 significa che i dirigenti non devono essere stranieri, il comma 2 è quello che interessa la politica, l’unico punto che permette al cittadino italiano di richiedere l’aiuto delle istituzioni italiane, spronandole a verificare la possibilità di accordi bilaterali che possano equilibrare l’ingiusto trattamento degli italiani nel mondo del lavoro mozambicano.

L’articolo 33 comma 1 esclude in modo tassativo dal mondo del lavoro i giovani italiani, cari connazionali se avete figli di nazionalità italiana, sappiate che per loro non c’è futuro in Mozambico.

Sulle quote aziendali è bene aggiungere che non esiste differenza fra organismo umanitario ed azienda in materia di lavoro, dunque le quote vanno comunque rispettate, inoltre nella pratica è bene segnalare che il computo viene effettuato a livello di regione, corrispondente alla provincia in Mozambico, perché gli ispettorati del lavoro sono decentrati. Se avete due uffici in due regioni diverse il computo non verrà cumulato.

Dulcis in fundo, il comunicato del ministero del lavoro ha come diretta conseguenza l’impossibilità di lavorare in qualità di consulenti.

Tempi duri per gli stranieri.

Allegati

1. Bollettino della Repubblica I.a serie n. 31 del 01/08/2007 contenente la legge

2. Comunicato del ministero del lavoro mozambicano dal titolo “Regole sul processo di contrattazione dei lavoratori stranieri”

RE: l’alternativa possibile (Vasto 12-14 settembre 2008)

28 Agosto 2008

Trascrizione del video quesito

Approfitto dell’occasione offerta dal sito nazionale di Italia dei Valori nelle pagine di preparazione all’incontro nazionale di Vasto del 12-14 settembre 2008 per pubblicare un video contenente due quesiti:

1) Italia dei Valori è un partito politico oppure una lista di supporto?

2) Gli italiani all’estero sono una scomoda diaspora oppure una risorsa per la crescita economica e politica dell’Italia?

Mi rendo conto che i due quesiti possono sembrare un po’ provocatori, ma non lo sono (non nella mia intenzione).

Il primo quesito riguarda in particolare lo statuto del partito il quale dà al presidente Antonio Di Pietro praticamente tutti i poteri decisionali, quasi nessun potere decisionale alla base.

Tutti noi abbiamo raggiunto il partito per dare il massimo appoggio ad Antonio Di Pietro, ed è questo che ci interessa. Io, e molti di noi attivisti, siamo convinti che se IDV si trasformasse in un partito vero, cioè espressione della società civile, cioè espressione di una volontà democratica e quindi la possibilità di partecipare attivamente alle decisioni del partito, la base e non solo alcuni singoli, io e molti altri siamo convinti che il partito potrebbe diventare importantissimo in Italia, sia da punto di vista qualitativo che quantitativo.

La seconda domanda riguarda una situazione ben conosciuta, non sono pochi i deputati e senatori, politici in generale anche all’interno del nostro partito, i quali pensano che non sia stata una buona idea quella di concedere il diritto di voto agli italiani residenti all’estero.

È bene ricordare che il diritto di voto è l’espressione più alta della democrazia, togliere il diritto di voto è invece il contrario, è l’espressione della “non democrazia”, è l’espressione di un accentramento di potere, è l’espressione volta a diminuire il potere, la capacità decisionale del popolo.

Gli italiani all’estero sono parte del popolo italiano.

Occorre ricordare che tutti noi italiani all’estero, oltre ad essere italiani, abbiamo parenti ed amici in Italia, abbiamo legami fortissimi con il nostro paese, legami che concorrono alla nostra volontà di partecipare e migliorare il nostro paese.

Può apparire un discorso retorico, ma tengo molto a dire che un partito che lotta per la democrazia, che si rende conto quanto sia pericoloso l’accentramento del potere, in particolare lo vediamo ora con il governo Berlusconi, deve porsi la domanda: “Noi siamo veramente migliori?”, “Noi la democrazia la stiamo esprimendo in che modo?”.

Cominciamo all’interno del nostro partito, cominciamo a dare maggiore potere agli iscritti in modo tale che essi possano decidere insieme ad Antonio Di Pietro.

In questo modo saremo in grado di costruire un grande partito ed anche di dimostrare nei fatti che la democrazia è qualcosa a cui teniamo molto.

La caduta. 1ª parte

29 Luglio 2008

Riflessioni sul ruolo di Italia dei valori nell’involuzione dell’Italia

Il documento è costituito da una registrazione vocale della durata di 36 minuti e da una sua parziale trascrizione

 
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Trascrizione parziale

Gli interventi di Italia dei Valori, in particolare quelli di Antonio Di Pietro, in questo periodo sono scollegati, non fanno intravedere una linea politica chiara un filo logico che possa collegarli tutti. Con “filo logico” si potrebbe intendere alcuni dei punti chiave di IDV: la lotta contro la corruzione, l’etica ecc.. In realtà forse sarebbe bene analizzare questo “filo logico”, quello di un partito che fa della legalità ed il rispetto delle leggi la sua bandiera. Però in questo periodo accade che siamo costretti a mettere in discussione questo carattere identificativo del partito perché le leggi che vengono promulgate non piacciono ad IDV ai suoi iscritti, ai suoi elettori. Se osserviamo attentamente questo fenomeno capiamo che il partito perde una parte della sua identità, quella parte che non può più servire da “filo logico”, che non può essere di supporto agli interventi dei politici di Italia dei Valori. Manca una linea politica che possa collegare gli interventi.

Questo è uno dei primi importanti problemi.

Un’altro problema che sarebbe bene affrontare e che sembra dimenticato nei discorsi politici, è che si fa politica pensando di essere nel giusto, di fare bene al paese, di essere utile al popolo e così via, in una retorica che non merita ora di essere approfondita. Non si riesce, non si tenta neanche di capire il motivo che ha portato la maggioranza degli italiani a votare Berlusconi. La maggioranza ha votato qualcuno che si sta facendo gli affari suoi nel parlamento e nel governo, che sta usando l’amministrazione dello stato per farsi gli affari suoi. Questa è una domanda che bisogna porsi, la risposta può dare indicazioni su come comportarsi.

Occorre cercare di evitare la politica “classica”, quella fatta di gruppi che si oppongono l’un contro l’altro senza voler capire cosa accade dalla parte opposta e, soprattutto, perché. Questo tipo di politica rappresenta l’involuzione della società italiana in generale. Ci troviamo di fronte all’immagine del serpente che si morde la coda, cioè la difficoltà di trovare un inizio ed una fine. Il fatto che il nostro partito IDV stia portando avanti un discorso politico con dei metodi che appartengono al passato, vale a dire porsi in una trincea e da questa iniziare la propria azione, la propria battaglia politica.

E’ necessario riflettere su questo modo di lavorare che rappresentano bene i passi all’indietro, l’involuzione che la società nel suo complesso sta vivendo. IDV dimostra di far parte integrante del fenomeno di involuzione.

Non ha senso proporsi come qualcosa di nuovo nel momento in cui si agisce con metodi così detti “all’antica”. Non certo per criticare il modo “all’antica”, però quando un fenomeno esiste conviene osservarlo con la dovuta attenzione e presentarlo in maniera chiara ed onesta (intellettualmente parlando).

Conviene approfondire l’aspetto di involuzione della società perché l’approfondimento può solo portare buoni frutti, nel senso che può portare ad una maggiore comprensione di ciò che accade.

Perché “involuzione”, siamo proprio sicuri? Per poter acquisire certezze possiamo fare il percorso inverso e studiare l’evoluzione, in che modo essa si manifesta e vedere se tale manifestazione va in senso contrario alla realtà attuale. A questo punto possiamo parlare di involuzione, il passo all’indietro, il così chiamato passo del gambero.

Non desidero essere né pedante né pesante, quindi cerco di sintetizzare il concetto dicendo che evoluzione è quel fenomeno che si osserva nella società quando comincia a diventare sempre più complicata, i rapporti all’interno della società si complicano. Quando si producono più leggi, sempre più minuziose, più articolate. Questi sono segnali di evoluzione, mentre nell’involuzione si ha la tendenza alla semplificazione.

Osserviamo la semplificazione con evidente facilità. L’abbiamo osservata in passato durante il precedente governo Berlusconi, la osserviamo ancora meglio in questo governo perché il processo di semplificazione della società in generale, viene portato avanti con maggiore velocità. Probabilmente il consenso intorno a questo processo di semplificazione è aumentato in modo tale da facilitarlo.

La semplificazione si osserva nel momento in cui certi reati scompaiono dall’ordinamento giuridico, per cui vi è una semplificazione dell’apparato giuridico. Si osserva quando vi sono tagli alla sanità, quindi vi è una semplificazione dell’apparato sanitario. Si osserva quando vi sono tagli alla scuola ed alla cultura, ecco una semplificazione che interessa anche quegli apparati. Se osserviamo con attenzione, il processo che viene portato avanti è un processo di semplificazione. Vale a dire il processo che porta la società indietro di qualche anno (secolo?), com’era un tempo, quando era più semplice, quando c’erano meno leggi, quando tutto apparentemente era meno complicato rispetto ad oggi.

Quando usiamo il termine “complicato”, non dobbiamo intenderlo necessariamente in forma negativa. Complicato significa, più articolato, si fa maggiore attenzione a certi dettagli che tempo prima non erano considerati significativi. Mano a mano che la società cresce, si complica, i dettagli diventano più importanti.

Notiamo che i tagli hanno come obiettivo dei costi apparentemente inutili, in effetti in una società più semplice quei costi sono inutili. Al contrario, in una società più complicata quei costi sono assolutamente utili.

A titolo di esempio, in una società semplice è inutile spendere del denaro per la ricerca sul cancro perché una società più semplice non ha neanche la possibilità di verificare statisticamente l’impatto dei tumori maligni nella morbilità, nell’analisi statistica dei decessi.

Lo stesso si può osservare nell’educazione, cultura, nel sistema giuridico ecc..

Questo tipo di semplificazione ha come conseguenza logica i tagli di spesa.

Ci si può domandare se questa semplificazione sia veramente una scelta politica, io penso di no, non si tratta neanche di una scelta, si tratta di seguire un percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani. Estremamente indica l’estremizzazione della soluzione pratica.

Questo percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani, sembra essere quello che gode di un maggiore consenso da parte degli italiani che risiedono in Italia.

Vale la pena riflettere su questo importante aspetto.

Un primo spunto di riflessione potrebbe venire dall’osservazione del fenomeno sulle due “sponde”, quella di chi ha il potere e quella di chi non lo ha.

Sulla sponda del potere notiamo un ritorno alla regalità, all’importanza del luogo di potere che si occupa, del fatto che la poltrona diventi un trono. Perché sostengo una tesi così estrema? Perché nel momento in cui si operano tagli alla sanità, io che occupo una posizione di potere, quando ho bisogno della buona sanità, la vado a cercare altrove, anche all’estero, dato che ho i mezzi per farlo (es. Bossi). Quando opero dei tagli sulla cultura, io principe, re, alla cultura non rinuncio. Se desidero ascoltare un grande cantante classico, lo pago ed egli viene a casa mia a cantare. Questo esempio non è “campato per aria”, è accaduto a casa di Berlusconi.

Ciò che conta osservare è il fenomeno, il processo di semplificazione che porta il politico a non tenere più conto dell’opinione della gente, bensì a considerarsi principe re, posto al potere per una vox populi che assomiglia ad una vox dei, con mandato ricevuto più da una entità divina che altro. Qui si osserva l’involuzione, il ritorno ad una mentalità che si pensava appartenesse all’antichità.

Dall’altra parte della sponda abbiamo chi il potere non ce l’ha, chi lo subisce. Vediamo dall’altra parte in che modo si imbocca questo percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani. Troviamo una popolazione da decenni schiacciata sotto il peso di una burocrazia inumana e quindi semplifica il problema demandando la soluzione ad altri. Io che non ho potere, riesco probabilmente a trovare delle scappatoie, delle piccole e ingegnose soluzioni ai miei problemi e tiro avanti, tiro a campare. In questo modo riesco ad affrontare in maniera più efficace una congiuntura a me non favorevole. Il fatto di preoccuparmi di una mia condizione personale rappresenta anch’essa una involuzione perché si torna ad un tempo precedente al momento in cui la società si è posta il problema di affrontare alcune difficoltà collettivamente per poterle risolvere efficacemente.

Questo processo di semplificazione personale, dove accade che l’individuo demandi le complicazioni ad altri, nel tentativo di cavarsela quotidianamente, si esplicita poi in un voto a chi questa semplificazione la propone in termini pratici.

Spendiamo anche alcune parole sull’interazione tra chi ha il potere e chi non lo ha. Vediamo cosa accade in quello spazio fra le due sponde.

Gli intellettuali si trovano impreparati rispetto a questo fenomeno ed hanno una enorme difficoltà a spiegarlo, non per mancanza di capacità, ma perché quasi non ci credono, sono più preparati a stimare fenomeni di evoluzione piuttosto che fenomeni opposti. L’intellettuale non affronta in maniera esaustiva il problema che invece viene affrontato dai comici. Il comico è abituato ad osservare le storture della società ed su quelle che lavora si tratta di una caratteristica professionale, al comico risulta più facile osservare questo tipo di fenomeno perché esso fa parte del loro lavoro, il comico osserva le storture della società e le manifesta nei suoi lavori professionali, siano essi teatro, cinema, pittura o altro. L’intellettuale osserva il fenomeno opposto, cioè l’evoluzione quindi si trova impreparato.

Il comico si trova ad osservare degli aspetti che sono reali. Nel momento in cui abbiamo questo processo di semplificazione dove ci si trova in una forma di potere arcaica ecco che il comico riporta alla luce determinati aspetti di questo potere arcaico. Facciamo un esempio che ci può illuminare rispetto a quello che potrebbe essere il futuro. I comici hanno parlato di Jus primae noctis perché lo hanno avvertito, lo hanno palpato. Nel momento in cui il potere ha un certo tipo di comportamento, risulta evidente, a chi ha avuto la possibilità ed il piacere di studiare la storia, che si ritorni ad antichi usi, quali appunto lo Jus primae noctis. Abbiamo poi nei fatti la conferma che proprio così accade. Abbiamo un ministro della repubblica (a questo punto è difficile scrivere con la erre maiuscola ) che è diventato tale come conseguenza di favori sessuali resi. Non si tratta di un caso isolato, esistono inchieste ed articoli in cui spesso si evidenzia questa pratica. Qui ritorna un concetto analogo allo Jus primae noctis. Ho il potere quindi posso pretendere una forma di scambio estrema. Ecco uno degli aspetti di interazione fra chi ha il potere e chi non lo ha.

Si tratta di un aspetto serio, io che non ho il potere posso ipotizzare che il mio cervello non sarà più utile del mio corpo, tutto ciò che ho studiato non sarà utile in una società semplificata, a questo punto devo semplificare la mia strategia, invece di vendere le mie idee, le mie capacità intellettuali, dovrò pensare a vendere qualcos’altro.

Rispetto all’esempio dello Jus primae noctis, è facile dimostrare che la società nel suo complesso si impoverisce, l’impoverimento risulterà visibile a tutti i livelli. La società sarà meno capace di affrontare alcuni fenomeni complessi, non li vorrà affrontare, non li capirà. Ricordo a questo proposito un articolo di un architetto, una signora giovane, avvenente e formosa, la quale scriveva che il suo successo lo doveva più alle sue forme che alle sue capacità professionali. La signora ha mostrato intelligenza, onestà e coraggio nel raccontare la sua esperienza.

Certo è che riportare tale esperienza nel quotidiano altrui, chi ha per esempio figli ed in particolare una figlia dovrà consigliarle la cura del corpo piuttosto che quella dell’intelletto al fine di costruirsi un futuro.

L’amico Rubino scrive che ci troviamo di fronte ad un problema di civilizzazione, in effetti tutto quello che una civiltà ha imparato nel corso dei secoli si sgretola. Si perde? Io penso di si, ho esperienze dirette derivanti dall’osservazione dei fenomeni sociali e politici nei paesi in via di sviluppo, esse accadono con maggiore velocità. Tutto ciò che abbiamo visto accadere in Italia durante quarant’anni, lo vediamo in un paese in via di sviluppo in un tempo molto minore.

Per quello che riguarda la perdita di una civilizzazione in termini di conoscenza e di capacità di affrontare il mondo esterno, riporto un esempio di ciò che è accaduto in Mozambico, un esempio illuminante perché dà un’idea chiara di ciò che può accadere in Italia entro breve.

Durante un’esperienza di lavoro nel nord del Mozambico nell’ambito di un progetto sanitario, si presentò un problema urgente da risolvere. Parte della popolazione locale soffriva di forti intossicazioni, veniva avvelenata dall’uso improprio di un tubero che si chiama manioca Inspiegabilmente la popolazione non sapeva come trattare il tubero in modo da poterlo rendere commestibile. La nostra equipe di lavoro sul campo non poteva fare a me no di porsi il quesito su come sia possibile che una popolazione abituata all’uso di questo specifico alimento da secoli, non sappia ancora come trattarlo in modo corretto?

Ebbene la risposta era semplice: a causa della recente guerra ( fino al 1992) era venuta a mancare la trasmissione di conoscenza tra generazioni, la generazione del dopoguerra non sapeva più come coltivare e trattare il prezioso tubero.

Questo è un esempio di mancanza di passaggio, di istruzione, di educazione da una generazione all’altra. Un effetto piuttosto inquietante che potrebbe accadere anche nel nostro paese. Naturalmente non riferito ad un tubero come la patata, bensì alla capacità di affrontare il mondo circostante.

Cosa potrebbe non riuscire a trasmettere una generazione all’altra in Italia? O addirittura che cosa si è già perso in questa mancata trasmissione? Per esempio l’esperienza delle lotte operaie del passato, le conquiste in campo giuridico, politico, sociale che sono state conseguenza di tali lotte. Un’altro esempio può essere il concetto di partecipazione del cittadino alla vita democratica dello stato, un concetto, un valore che in parte si è già perso. Si è perso perfino all’interno del partito IDV, ma come riflesso della perdita più generale nella società italiana.

La modificazione delle leggi elettorali, con postilli, codicilli ed il fatto che i partiti politici abbiano al loro interno una gestione tutt’altro che democratica, tutto ciò è un chiaro indicatore della perdita di un valore.

Un valore, un concetto, una conoscenza che si era acquisita nel dopoguerra, subito dopo il referendum che permise di scegliere fra repubblica e monarchia.

Così come l’esempio mozambicano del tubero, in Italia stiamo perdendo la capacità di intendere la democrazia, la capacità di analizzare ed osservare nella pratica quotidiana la partecipazione della popolazione alla vita democratica del paese.

Scritto da Oreste Parlatano

Luglio 2008

Magistrati e buoi dei paesi tuoi

6 Luglio 2008

Isabel Rupia

Le reiterate crisi istituzionali che vedono confrontarsi i poteri dello stato a danno di chi lavora seriamente nel rispetto delle leggi, sono moneta corrente nei paesi in via di sviluppo.

Tutte le categorie professionali, istituzionali, giuridiche vengono colpite, è interessante notare la similitudine di trattamento dei giudici onesti in Italia ed in Mozambico.

Recentemente il giudice mozambicano Isabel Rupia è stato accusato di aver reso partecipe la stampa di informazioni riservate riguardanti un processo in corso, inoltre la D.ssa Rupia è stata accusata di non essersi presentata al posto di lavoro in un giorno specifico.

Viene in mente la battuta: “questo film l’ho già visto”.

Isabel Rupia è un magistrato mozambicano, nel 2004 viene nominata capo dell’unità anti-corruzione, unità istituita dopo forti pressioni internazionali miranti a condizionare gli aiuti economici a favore di una “buona” governabilità all’insegna della trasparenza della pubblica amministrazione.

Una nomina importante, si potrebbe considerare come un interessante avanzamento di carriera, invece, come spesso accade, questa nomina segna l’inizio di una vita difficile per il magistrato Isabel Rupia.

Come spesso accade, perché occuparsi di corruzione produce come risultato l’alienazione della simpatia di molte persone potenti.

Isabel Rupia ci ha provato, ha perfino investigato sull’attuale procuratore generale della repubblica, ha emesso un mandato di cattura contro il marito dell’attuale primo ministro, ha investigato su gravi fatti in cui era coinvolto il figlio del precedente presidente della repubblica (l’uccisione del noto giornalista Cardoso).

Ha subito un tentativo di omicidio. Il coraggio non le è davvero mancato. In Mozambico la chiamano “a dama de ferro”.

Inutile dire che le istituzioni italiane disconoscono queste realtà, non le analizzano, non sono interessate, la solidarietà internazionale la si deve ai corrotti non a chi li combatte.

Oreste Parlatano

Il voto in Mozambico

20 Maggio 2008

I dati elettorali confermano la specificità delle comunità italiane nei paesi in via di sviluppo.
In Africa le comunità di italiani ebbero poca fortuna, molti movimenti di liberazione africani del dopoguerra percepirono gli italiani come usurpatori ed occupanti non graditi, parecchi italiani furono costretti a rientrare in Italia dalla Libia e dall’Etiopia. Con questi grandi rientri si concluse un capitolo di presenza italiana in Africa.
Negli anni 70 iniziò una nuova presenza italiana legata alla cooperazione allo sviluppo ed all’aiuto umanitario. Molti organismi, a quell’epoca, inviarono volontari con propri mezzi e con il poco denaro raccolto in quelle che si chiamavano collette (oggi fundraising). Vecchia storia, oggi non si fa quasi più nulla senza finanziamenti statali.
la storia si riflette nelle scelte politiche, questo è uno dei motivi che spiegano l’anomalia del voto in Mozambico.

Mozambico Camera

Mozambico Senato

Quanti siamo?

17 Maggio 2008

I dati tratti dal sito del Ministero degli Esteri nel 2008 riportano un totale di 53.390 italiani residenti in Africa.

La tabella divisa per nazioni è la seguente:

ALGERIA

ALGERI

753

ANGOLA

LUANDA

253

CAMERUN

YAOUNDE’

707

CONGO

BRAZZAVILLE

122

CONGO REP. DEM.

KINSHASA

781

COSTA D’AVORIO

ABIDJAN

710

EGITTO

IL CAIRO

2.999

ALESSANDRIA

857

ERITREA

ASMARA

788

ETIOPIA

ADDIS ABEBA

1.449

GABON

LIBREVILLE

144

GHANA

ACCRA

372

KENIA

NAIROBI

1.810

LIBIA

TRIPOLI

737

MAROCCO

RABAT

308

CASABLANCA

1.507

MOZAMBICO

MAPUTO

617

NAMIBIA

WINDHOEK

194

NIGERIA

LAGOS

728

ABUJA

279

SENEGAL

DAKAR

777

SUD AFRICA

PRETORIA

3.029

JOHANNESBURG

16.727

CAPETOWN

7.316

DURBAN

3.576

SUDAN

KHARTOUM

193

TANZANIA

DAR ES SALAAM

612

TUNISIA

TUNISI

3.005

UGANDA

KAMPALA

525

ZAMBIA

LUSAKA

730

ZIMBABWE

HARARE

785

Chi vive in Africa sa che questi dati rappresentano una parte degli italiani residenti, non tutti sono iscritti all’AIRE, conosciamo anche i motivi della mancata iscrizione.

La presenza degli italiani all’estero rappresenta una enorme risorsa, spesso le istituzioni italiane chiedono l’appoggio degli italiani residenti.

La legge elettorale permette la partecipazione diretta degli italiani residenti all’estero alla vita politica italiana, non perdiamo questa occasione, è l’unico riconoscimento tangibile che abbiamo ricevuto in tanti anni.

Il sito di Italia dei Valori in Africa vuole essere uno strumento in più per facilitare e garantire la partecipazione.

Un caro saluto a tutti/e

Oreste Parlatano

www.oreste.parlatano.org

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