La caduta. 1ª parte
Martedì, 29 Luglio 2008Riflessioni sul ruolo di Italia dei valori nell’involuzione dell’Italia
Il documento è costituito da una registrazione vocale della durata di 36 minuti e da una sua parziale trascrizione
Trascrizione parziale
Gli interventi di Italia dei Valori, in particolare quelli di Antonio Di Pietro, in questo periodo sono scollegati, non fanno intravedere una linea politica chiara un filo logico che possa collegarli tutti. Con “filo logico” si potrebbe intendere alcuni dei punti chiave di IDV: la lotta contro la corruzione, l’etica ecc.. In realtà forse sarebbe bene analizzare questo “filo logico”, quello di un partito che fa della legalità ed il rispetto delle leggi la sua bandiera. Però in questo periodo accade che siamo costretti a mettere in discussione questo carattere identificativo del partito perché le leggi che vengono promulgate non piacciono ad IDV ai suoi iscritti, ai suoi elettori. Se osserviamo attentamente questo fenomeno capiamo che il partito perde una parte della sua identità, quella parte che non può più servire da “filo logico”, che non può essere di supporto agli interventi dei politici di Italia dei Valori. Manca una linea politica che possa collegare gli interventi.
Questo è uno dei primi importanti problemi.
Un’altro problema che sarebbe bene affrontare e che sembra dimenticato nei discorsi politici, è che si fa politica pensando di essere nel giusto, di fare bene al paese, di essere utile al popolo e così via, in una retorica che non merita ora di essere approfondita. Non si riesce, non si tenta neanche di capire il motivo che ha portato la maggioranza degli italiani a votare Berlusconi. La maggioranza ha votato qualcuno che si sta facendo gli affari suoi nel parlamento e nel governo, che sta usando l’amministrazione dello stato per farsi gli affari suoi. Questa è una domanda che bisogna porsi, la risposta può dare indicazioni su come comportarsi.
Occorre cercare di evitare la politica “classica”, quella fatta di gruppi che si oppongono l’un contro l’altro senza voler capire cosa accade dalla parte opposta e, soprattutto, perché. Questo tipo di politica rappresenta l’involuzione della società italiana in generale. Ci troviamo di fronte all’immagine del serpente che si morde la coda, cioè la difficoltà di trovare un inizio ed una fine. Il fatto che il nostro partito IDV stia portando avanti un discorso politico con dei metodi che appartengono al passato, vale a dire porsi in una trincea e da questa iniziare la propria azione, la propria battaglia politica.
E’ necessario riflettere su questo modo di lavorare che rappresentano bene i passi all’indietro, l’involuzione che la società nel suo complesso sta vivendo. IDV dimostra di far parte integrante del fenomeno di involuzione.
Non ha senso proporsi come qualcosa di nuovo nel momento in cui si agisce con metodi così detti “all’antica”. Non certo per criticare il modo “all’antica”, però quando un fenomeno esiste conviene osservarlo con la dovuta attenzione e presentarlo in maniera chiara ed onesta (intellettualmente parlando).
Conviene approfondire l’aspetto di involuzione della società perché l’approfondimento può solo portare buoni frutti, nel senso che può portare ad una maggiore comprensione di ciò che accade.
Perché “involuzione”, siamo proprio sicuri? Per poter acquisire certezze possiamo fare il percorso inverso e studiare l’evoluzione, in che modo essa si manifesta e vedere se tale manifestazione va in senso contrario alla realtà attuale. A questo punto possiamo parlare di involuzione, il passo all’indietro, il così chiamato passo del gambero.
Non desidero essere né pedante né pesante, quindi cerco di sintetizzare il concetto dicendo che evoluzione è quel fenomeno che si osserva nella società quando comincia a diventare sempre più complicata, i rapporti all’interno della società si complicano. Quando si producono più leggi, sempre più minuziose, più articolate. Questi sono segnali di evoluzione, mentre nell’involuzione si ha la tendenza alla semplificazione.
Osserviamo la semplificazione con evidente facilità. L’abbiamo osservata in passato durante il precedente governo Berlusconi, la osserviamo ancora meglio in questo governo perché il processo di semplificazione della società in generale, viene portato avanti con maggiore velocità. Probabilmente il consenso intorno a questo processo di semplificazione è aumentato in modo tale da facilitarlo.
La semplificazione si osserva nel momento in cui certi reati scompaiono dall’ordinamento giuridico, per cui vi è una semplificazione dell’apparato giuridico. Si osserva quando vi sono tagli alla sanità, quindi vi è una semplificazione dell’apparato sanitario. Si osserva quando vi sono tagli alla scuola ed alla cultura, ecco una semplificazione che interessa anche quegli apparati. Se osserviamo con attenzione, il processo che viene portato avanti è un processo di semplificazione. Vale a dire il processo che porta la società indietro di qualche anno (secolo?), com’era un tempo, quando era più semplice, quando c’erano meno leggi, quando tutto apparentemente era meno complicato rispetto ad oggi.
Quando usiamo il termine “complicato”, non dobbiamo intenderlo necessariamente in forma negativa. Complicato significa, più articolato, si fa maggiore attenzione a certi dettagli che tempo prima non erano considerati significativi. Mano a mano che la società cresce, si complica, i dettagli diventano più importanti.
Notiamo che i tagli hanno come obiettivo dei costi apparentemente inutili, in effetti in una società più semplice quei costi sono inutili. Al contrario, in una società più complicata quei costi sono assolutamente utili.
A titolo di esempio, in una società semplice è inutile spendere del denaro per la ricerca sul cancro perché una società più semplice non ha neanche la possibilità di verificare statisticamente l’impatto dei tumori maligni nella morbilità, nell’analisi statistica dei decessi.
Lo stesso si può osservare nell’educazione, cultura, nel sistema giuridico ecc..
Questo tipo di semplificazione ha come conseguenza logica i tagli di spesa.
Ci si può domandare se questa semplificazione sia veramente una scelta politica, io penso di no, non si tratta neanche di una scelta, si tratta di seguire un percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani. Estremamente indica l’estremizzazione della soluzione pratica.
Questo percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani, sembra essere quello che gode di un maggiore consenso da parte degli italiani che risiedono in Italia.
Vale la pena riflettere su questo importante aspetto.
Un primo spunto di riflessione potrebbe venire dall’osservazione del fenomeno sulle due “sponde”, quella di chi ha il potere e quella di chi non lo ha.
Sulla sponda del potere notiamo un ritorno alla regalità, all’importanza del luogo di potere che si occupa, del fatto che la poltrona diventi un trono. Perché sostengo una tesi così estrema? Perché nel momento in cui si operano tagli alla sanità, io che occupo una posizione di potere, quando ho bisogno della buona sanità, la vado a cercare altrove, anche all’estero, dato che ho i mezzi per farlo (es. Bossi). Quando opero dei tagli sulla cultura, io principe, re, alla cultura non rinuncio. Se desidero ascoltare un grande cantante classico, lo pago ed egli viene a casa mia a cantare. Questo esempio non è “campato per aria”, è accaduto a casa di Berlusconi.
Ciò che conta osservare è il fenomeno, il processo di semplificazione che porta il politico a non tenere più conto dell’opinione della gente, bensì a considerarsi principe re, posto al potere per una vox populi che assomiglia ad una vox dei, con mandato ricevuto più da una entità divina che altro. Qui si osserva l’involuzione, il ritorno ad una mentalità che si pensava appartenesse all’antichità.
Dall’altra parte della sponda abbiamo chi il potere non ce l’ha, chi lo subisce. Vediamo dall’altra parte in che modo si imbocca questo percorso estremamente pratico nella soluzione di problemi quotidiani. Troviamo una popolazione da decenni schiacciata sotto il peso di una burocrazia inumana e quindi semplifica il problema demandando la soluzione ad altri. Io che non ho potere, riesco probabilmente a trovare delle scappatoie, delle piccole e ingegnose soluzioni ai miei problemi e tiro avanti, tiro a campare. In questo modo riesco ad affrontare in maniera più efficace una congiuntura a me non favorevole. Il fatto di preoccuparmi di una mia condizione personale rappresenta anch’essa una involuzione perché si torna ad un tempo precedente al momento in cui la società si è posta il problema di affrontare alcune difficoltà collettivamente per poterle risolvere efficacemente.
Questo processo di semplificazione personale, dove accade che l’individuo demandi le complicazioni ad altri, nel tentativo di cavarsela quotidianamente, si esplicita poi in un voto a chi questa semplificazione la propone in termini pratici.
Spendiamo anche alcune parole sull’interazione tra chi ha il potere e chi non lo ha. Vediamo cosa accade in quello spazio fra le due sponde.
Gli intellettuali si trovano impreparati rispetto a questo fenomeno ed hanno una enorme difficoltà a spiegarlo, non per mancanza di capacità, ma perché quasi non ci credono, sono più preparati a stimare fenomeni di evoluzione piuttosto che fenomeni opposti. L’intellettuale non affronta in maniera esaustiva il problema che invece viene affrontato dai comici. Il comico è abituato ad osservare le storture della società ed su quelle che lavora si tratta di una caratteristica professionale, al comico risulta più facile osservare questo tipo di fenomeno perché esso fa parte del loro lavoro, il comico osserva le storture della società e le manifesta nei suoi lavori professionali, siano essi teatro, cinema, pittura o altro. L’intellettuale osserva il fenomeno opposto, cioè l’evoluzione quindi si trova impreparato.
Il comico si trova ad osservare degli aspetti che sono reali. Nel momento in cui abbiamo questo processo di semplificazione dove ci si trova in una forma di potere arcaica ecco che il comico riporta alla luce determinati aspetti di questo potere arcaico. Facciamo un esempio che ci può illuminare rispetto a quello che potrebbe essere il futuro. I comici hanno parlato di Jus primae noctis perché lo hanno avvertito, lo hanno palpato. Nel momento in cui il potere ha un certo tipo di comportamento, risulta evidente, a chi ha avuto la possibilità ed il piacere di studiare la storia, che si ritorni ad antichi usi, quali appunto lo Jus primae noctis. Abbiamo poi nei fatti la conferma che proprio così accade. Abbiamo un ministro della repubblica (a questo punto è difficile scrivere con la erre maiuscola ) che è diventato tale come conseguenza di favori sessuali resi. Non si tratta di un caso isolato, esistono inchieste ed articoli in cui spesso si evidenzia questa pratica. Qui ritorna un concetto analogo allo Jus primae noctis. Ho il potere quindi posso pretendere una forma di scambio estrema. Ecco uno degli aspetti di interazione fra chi ha il potere e chi non lo ha.
Si tratta di un aspetto serio, io che non ho il potere posso ipotizzare che il mio cervello non sarà più utile del mio corpo, tutto ciò che ho studiato non sarà utile in una società semplificata, a questo punto devo semplificare la mia strategia, invece di vendere le mie idee, le mie capacità intellettuali, dovrò pensare a vendere qualcos’altro.
Rispetto all’esempio dello Jus primae noctis, è facile dimostrare che la società nel suo complesso si impoverisce, l’impoverimento risulterà visibile a tutti i livelli. La società sarà meno capace di affrontare alcuni fenomeni complessi, non li vorrà affrontare, non li capirà. Ricordo a questo proposito un articolo di un architetto, una signora giovane, avvenente e formosa, la quale scriveva che il suo successo lo doveva più alle sue forme che alle sue capacità professionali. La signora ha mostrato intelligenza, onestà e coraggio nel raccontare la sua esperienza.
Certo è che riportare tale esperienza nel quotidiano altrui, chi ha per esempio figli ed in particolare una figlia dovrà consigliarle la cura del corpo piuttosto che quella dell’intelletto al fine di costruirsi un futuro.
L’amico Rubino scrive che ci troviamo di fronte ad un problema di civilizzazione, in effetti tutto quello che una civiltà ha imparato nel corso dei secoli si sgretola. Si perde? Io penso di si, ho esperienze dirette derivanti dall’osservazione dei fenomeni sociali e politici nei paesi in via di sviluppo, esse accadono con maggiore velocità. Tutto ciò che abbiamo visto accadere in Italia durante quarant’anni, lo vediamo in un paese in via di sviluppo in un tempo molto minore.
Per quello che riguarda la perdita di una civilizzazione in termini di conoscenza e di capacità di affrontare il mondo esterno, riporto un esempio di ciò che è accaduto in Mozambico, un esempio illuminante perché dà un’idea chiara di ciò che può accadere in Italia entro breve.
Durante un’esperienza di lavoro nel nord del Mozambico nell’ambito di un progetto sanitario, si presentò un problema urgente da risolvere. Parte della popolazione locale soffriva di forti intossicazioni, veniva avvelenata dall’uso improprio di un tubero che si chiama manioca Inspiegabilmente la popolazione non sapeva come trattare il tubero in modo da poterlo rendere commestibile. La nostra equipe di lavoro sul campo non poteva fare a me no di porsi il quesito su come sia possibile che una popolazione abituata all’uso di questo specifico alimento da secoli, non sappia ancora come trattarlo in modo corretto?
Ebbene la risposta era semplice: a causa della recente guerra ( fino al 1992) era venuta a mancare la trasmissione di conoscenza tra generazioni, la generazione del dopoguerra non sapeva più come coltivare e trattare il prezioso tubero.
Questo è un esempio di mancanza di passaggio, di istruzione, di educazione da una generazione all’altra. Un effetto piuttosto inquietante che potrebbe accadere anche nel nostro paese. Naturalmente non riferito ad un tubero come la patata, bensì alla capacità di affrontare il mondo circostante.
Cosa potrebbe non riuscire a trasmettere una generazione all’altra in Italia? O addirittura che cosa si è già perso in questa mancata trasmissione? Per esempio l’esperienza delle lotte operaie del passato, le conquiste in campo giuridico, politico, sociale che sono state conseguenza di tali lotte. Un’altro esempio può essere il concetto di partecipazione del cittadino alla vita democratica dello stato, un concetto, un valore che in parte si è già perso. Si è perso perfino all’interno del partito IDV, ma come riflesso della perdita più generale nella società italiana.
La modificazione delle leggi elettorali, con postilli, codicilli ed il fatto che i partiti politici abbiano al loro interno una gestione tutt’altro che democratica, tutto ciò è un chiaro indicatore della perdita di un valore.
Un valore, un concetto, una conoscenza che si era acquisita nel dopoguerra, subito dopo il referendum che permise di scegliere fra repubblica e monarchia.
Così come l’esempio mozambicano del tubero, in Italia stiamo perdendo la capacità di intendere la democrazia, la capacità di analizzare ed osservare nella pratica quotidiana la partecipazione della popolazione alla vita democratica del paese.
Scritto da Oreste Parlatano
Luglio 2008
